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ATTENZIONE

l'esame di

TEOLOGIA MORALE II

Prof. don Pier Antonio CASTELLO

di Venerdì 7 aprile 2017

sarà 

dalle ore 16:00 alle ore 17:30


Rassegna stampa / Articoli 2011 / SAN MARTINO

Come da tradizione  anche noi l’11 novembre, festa di San Martino vescovo, durante l’intervallo delle lezioni, abbiamo festeggiato con castagne e vino novello. Alla fine di questo lieto convivio, però, ci è venuta  la curiosità di conoscere  le origini storiche di questa festa e delle numerose tradizioni legate alla figura del Santo.

La consuetudine di festeggiare l’11 novembre ha radici molto antiche , poiché da sempre il mese di novembre funge da spartiacque fra un anno agricolo e l’altro. Le civiltà antiche attribuivano particolare importanza alle ricorrenze calendariali. Gli avvenimenti astronomici, l’avvicendarsi dei cicli stagionali e colturali erano percepiti a livello individuale e condivisi nei rituali collettivi.

La festa di San Martino, secondo alcuni studiosi, rappresenta l’evoluzione cristiana dell’antico capodanno celtico (Samuin), che si celebrava nella prima decina di giorni di novembre e simboleggiava il passaggio al nuovo anno agrario, la morte e la rinascita delle forze naturali. Per i Celti l’inizio dell’anno corrispondeva al momento in cui i semi, appena piantati, cominciavano il loro ciclo metamorfico negli inferi, da cui sarebbero rinati col primo sole primaverile, per trasformarsi in piante. La festa comportava dunque tipiche cerimonie di capodanno, cioè di cambiamento stagionale, che culminavano in quei pochi giorni di tempo bello che venivano dopo le brume autunnali e poco prima delle gelate invernali, periodo a noi noto come “Estate di San Martino”. È perciò probabile che l’osservazione dei fenomeni naturali nel mondo agricolo e le consuetudini contadine si siano integrate profondamente nella costruzione della leggenda sul santo.

Curiosità

Tra il 360 e il 370 a Ligugé fonda un eremo, che gli studiosi considerano come il primo esempio di fondazione monastica dell’Europa occidentale

É il primo ad estendere il concetto di diocesi anche al territorio extra cittadino, a fondare parrocchie rurali che visita continuamente e dove va ad educare i preti.

 La sua opera di evangelizzatore ebbe successo perché tutelò sempre i poveri contro i soprusi del fisco romano, favorì la giustizia sociale, contribuendo a formare nelle plebi rurali quella presa di coscienza della dignità che mai avevano avuto.
È morto a Candes l’8 novembre del 397, ma lo si festeggia l’11,giorno della tumulazione.

Fu il primo confessore non martire ad essere venerato nella liturgia; è Apostolo delle Gallie.

Il termine architettonico "cappella" deriva da un piccolo edificio dove i re merovingi tenevano  un frammento della sua famosa mantella o cappa (chape, in francese, da cui chapelle = cappella reale in cui era conservata e chapelaine = custode della cappa), parola tardo latina che indica un pesante mantello protettivo. Per inciso, la cappa rimase uno degli oggetti tipici della cavalleria.
Non solo è patrono dei soldati e dei cavalieri, ma nella società cortese divenne, con San Giorgio, il modello del perfetto cavaliere cristiano.

Per il suo atto di carità è patrono dei medicanti, per il mantello dei sarti; per la cinghia alla quale era appesa la sua spada, dei conciatori di pelli e dei lavoratori del cuoio. Poiché una volta cambiò l'acqua in vino, è patrono degli osti, dei fabbricanti di brocche, dei bevitori e degli ubriachi. È patrono dei viticultori e dei vendemmiatori, perché in occasione della sua festa si beve il vino nuovo.

I miracoli

I miracoli di San Martino vengono narrati dai suoi biografi, i più  attendibili dei quali sono i contemporanei Sulpicio Severo e Paolino da Nola:
Il primo episodio miracoloso fu esperito dal santo su se stesso: riuscì a superare in preghiera una crisi d’avvelenamento, causatagli dall’aver ingerito foglie di elleboro.
Alcune fonti riportano una "seconda Carità". Un giorno Martino, ormai vescovo, vide un povero seminudo. Ordinò al proprio arcidiacono di rivestirlo, e poiché quello indugiava, gli mise indosso la sua stessa tunica. Poi chiese all'arcidiacono di portargli un nuovo vestito, e quello, per disprezzo, gli portò uno straccio. Il Santo lo indossò e con quello celebrò la Messa. Durante il Sacrificio sulla sua testa comparve un globo di fuoco: Martino alzò le braccia al cielo, e gli angeli le coprirono di gemme.

Il santo arse di viva fiamma il trono dell’imperatore Valentiniano, simpatizzante dell’arianesimo, che si era rifiutato di riceverlo nella residenza di Treviri.

Straordinarie furono le doti di taumaturgo: resuscitò un catecumeno ed uno schiavo che si era impiccato, ridonò la parola a una donna muta a Chartres.

Lo stesso biografo Paolino di Nola fu protagonista di un miracolo: Martino gli restituì la vista.

Il santo sottomise un orso bruno che aveva divorato un asino.

Il diavolo in persona lo tentò più volte.

Tradizioni e leggende

Nel mondo contadino, il giorno di San Martino, era una ricorrenza di festa per la conclusione dell’annata agraria, allietata da cibi di stagione come le castagne ed il vino novello.

Tuttavia per la chiusura dei contratti di lavoro, l’11 novembre coincideva anche, in particolare per i salariati, con una circostanza non gradita, il trasloco. Con la fine dell’annata agraria, giungevano anche a termine i rapporti di lavoro o per la fine del contratto o per disdetta (licenziamento) da parte dei proprietari e di conseguenza i contadini dovevano cercare in altre cascine lavoro e sistemazione. Le operazioni di sgombero e gli spostamenti potevano iniziare qualche giorno prima ma  non oltre l’11 novembre, giorno di San Martino, visto che dovevano muoversi, con tempi e trasporti diversi, attrezzi, masserizie, persone ed eventuali animali.

La scelta della data è collegabile sia a motivi economici che religiosi.

Essa cadeva subito dopo gli ultimi lavori stagionali (vendemmia e spannocchiatura del granturco), prima dei rigori invernali, quando si entrava in una fase di pausa delle attività dell'agricoltura ed era possibile procedere a cambiamenti che nel normale regime produttivo sarebbero stati d'ostacolo.

La saldatura fra San Martino ed il mondo rurale avviene su due elementi molto concreti, la solidarietà (con riferimento all'episodio del mantello) e l'assiduo vagare per il contado.

Una delle caratteristiche proprie del mondo rurale, in particolare nei suoi strati più indigenti, va ricercato infatti in un vincolo di solidarietà ed in uno spirito di reciproca assistenza che soccorrevano nei momenti di bisogno più duri del solito. Allo stesso modo i ripetuti spostamenti del Santo nelle campagne richiamano quelli effettuati dai contadini. I loro trasferimenti avvenivano sempre per necessità, e culminavano nel giorno di San Martino Vescovo. Essi erano così diffusi al punto che l’espressione “fare San Martino” ha finito per indicare per antonomasia il trasloco.

Nelle città, la scadenza dei contratti d’affitto ed i traslochi avvenivano il 29 settembre, giorno di san Michele. Un po’ alla volta però, anche nelle città tale usanza si è spostata all’11 novembre.

Nell’area sottoposta alla dominazione Ferrarese, Polesine compreso, la cessazione dei contratti agricoli e di locazione, hanno continuato a concludersi il 29 settembre. Infatti, da noi, ancora oggi si usa l’espressione

“ fare San Michele” per indicare il trasloco.

Sempre in questo giorno, soprattutto nel Veneziano, i popolani più poveri andavano in giro di casa in casa e, porgendo il grembiule vuoto, cantavano: “In sta casa ghe xe de tuto, del salame e del parsuto, del formagio piasentin viva viva San Martin!” (In questa casa c’è di tutto, del salame e del prosciutto, del formaggio piacentino viva viva San Martino), con la speranza di ricevere qualcosa, ricordando il gesto caritatevole di San Martino verso il Mendicante.

I festeggiamenti per i nuovi affari o per il rinnovo del contratto avvenivano spesso per le strade ed erano accompagnati, oltre che dall’oca arrosto, da vino novello e da castagne arrosto, anche da canti e da ogni sorta di rumore, per convincere chi era in casa a donare loro altro vino e altre castagne. Chi era in casa, sia per gesto di bontà sia perché non ne poteva più del baccano, donava! Ed ecco perché si dice “battere il San Martino”. Ancora oggi, a Venezia, l’11 novembre i bambini girano con pentoloni e campanacci per i negozi chiedendo qualcosa in dono e cantando vecchie filastrocche.

Inoltre, nella tradizione di Venezia e della sua terraferma, per san Martino si regala ai bambini un biscotto di pasta frolla ( il sammartinello), raffigurante il santo a cavallo sempre con mantello e spada, decorato con glassa e altri dolciumi.

Questa usanza nasce dal regalo che si scambiavano i fidanzati, poiché proprio nel periodo dei contratti legati al mondo agricolo, spesso si scambiavano promesse di matrimonio e si dava inizio al fidanzamento ufficiale. La tradizione si è poi evoluta passando dai fidanzati ai bambini.

La tradizione di mangiare l’oca a S. Martino ha tante spiegazioni: in questo periodo le oche selvatiche migrano verso sud per cui è più facile cacciarle; il Cattabiani nel suo Lunario lega questa usanza al fatto che l’oca era un animale sacro ai Celti, “simbolo dell’Aldilà e guida dei pellegrini” e S. Martino oltre che essere il patrono di fuggitivi e pastori, lo è anche di viandanti e pellegrini.

Secondo altri, l’usanza di mangiare l’oca a S. Martino (tradizione molto diffusa in mezza Europa, ben rappresentata nelle raffigurazioni del Santo nei paesi germanofoni e asburgici) è legata alla leggenda di Martino che, nascostosi per modestia tra le oche per evitare l’elezione a Vescovo di Tours, venne smascherato dal loro schiamazzo. Qui nasce la “punizione” gastronomica dell’oca. Una variante alla leggenda racconta invece di un’oca che disturbava la predica del Santo e venne così punita dai fedeli.

Di particolare interesse è il carnevale di Ponte San Martino, località in Valle d’Aosta, il cui toponimo deriva da un episodio miracoloso. Il vetusto ponte ligneo, unica via di accesso al paese, fu distrutto da una piena del fiume Lys. San Martino patteggiò col diavolo la ricostruzione del ponte, in cambio dell’anima del primo utilizzatore del passaggio.

 Il demonio accettò la proposta e si diede alla ricostruzione. Terminata l’opera, pretese la ricompensa promessa. Ma fu beffato: il primo a transitare sul ponte fu un malcapitato cane.

Ogni anno gli abitanti di “Ponte San Martino” ricordano l’episodio con l’accensione di falò, un corteo, giochi e una sfilata di carri allegorici. Al termine della cerimonia, il pupazzo con le fattezze del diavolo viene incendiato e gettato nel fiume.

In tantissime regioni italiane San Martino è ritenuto il patrono dei cornuti e in occasione dell’11 novembre si svolgono le “Processioni dei cornuti”, durante le quali vengono esibite corna di varia natura in un'atmosfera di allegria carnevalesca. Il culmine del rito è costituito dalla consegna all'ultimo degli sposati del paese, della “Reliquia”, un particolarissimo simbolo fallico che potrebbe ricollegare questo rituale alle antichissime feste pagane della fertilità.

Il biografo Sulpicio Severo,  nel suo testo “Vita di San Martino”, riporta un episodio che potrebbe spiegare come questa tradizione popolare si sia in seguito legata alla figura del  Santo.

Essendo il Vescovo Martino un modello per tutti quelli che aspiravano ad una vita perfetta, erano  molti quelli che lo seguivano nel cammino dell’ascesi.

Fra i tanti, si racconta di un soldato che, folgorato da tanta santità, scelse l’esistenza dei solitari e degli eremiti, pretendendo di vivere una vita di castità accanto a sua moglie. La donna, che non era rimasta colpita dalla santità di Martino, in mancanza delle attenzioni del marito, accettava quelle di altri uomini, cadendo nel peccato.

Vedendo questo,  Martino persuase l’uomo a tornare da sua moglie che altrimenti, vivendo nel peccato, sarebbe bruciata all’inferno e gli fece capire che non poteva costringersi né costringere sua moglie alla castità, ma avrebbe dovuto vivere in comunione con la donna che aveva scelto come sposa.

 

Per continuare a parlare di San Martino e delle tradizioni a lui legate dovremmo fare un trattato enciclopedico, e non è questo il nostro intento.

Abbiamo solo voluto fermarci un attimo per scoprire cosa c’era all’origine di alcune nostre comuni consuetudini poiché riteniamo che la riscoperta della nostra identità  possa essere un elemento che qualifica la diversità in quanto fattore di ricchezza e di crescita sociale.

 

Articolo degli studenti della SDFT

Pubblicato su “La Settimana” del 20 Novembre 2011