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Rassegna stampa / Articoli 2011 / II DOMENICA D'AVVENTO

Per questa seconda domenica di Avvento, vi proponiamo la riflessione di don Gianpietro Ziviani che, nella nostra scuola, insegna Teologia Dogmatica 2.

Come i cristiani si preparano al tempo dell’Avvento? Quale Evangelo esso reca loro? Prima di tutto la buona notizia consiste proprio nell’attesa. Mentre la quaresima muove ciascuno di noi lungo il cammino della croce, l’avvento sta a monte di questa strettoia e ci annuncia semplicemente, ma inesorabilmente, che il Signore viene.

Non è oggetto di discussione, non dipende da noi o dalla nostra preparazione. Che il mondo lo voglia oppure no, Egli viene come è già venuto, con la stessa sovrana libertà che appartiene a Dio e non agli uomini.

Che noi si possa o si voglia essere preparati a questo è un dato secondo, il primo messaggio di Evangelo è la visita di Dio al suo popolo, il suo entrare nella storia che neppure quest’anno termina perché non ha raggiunto il suo compimento.

Dio è con noi, non ci possiamo fare nulla e prima di pensare a cosa questo comporta, a come possiamo esserne degni, o addirittura di impaurire come se il Grande Inquisitore apparisse all’improvviso alle nostre spalle, dobbiamo ritrovare la forza e la bellezza di questo annuncio, lasciarcene riempire e contemplare quel Mistero che scaldava il cuore dei primi cristiani, non meno che l’annuncio della pasqua: “Quello che noi contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza–, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi” (1 Gv 1,1-3).

La liturgia, nel suo tornare ciclico, prevede un tempo di sfrondamento, in cui ci spogliamo delle nostre certezze e acquisizioni, di una fede troppe volte data per scontata e talvolta addirittura brandita contro qualcuno, per indossare solo un abito di peli di cammello e una cintura di pelle come il Battista e ritrovare la via dell’essenzialità.

Di quante cose ci dovremmo liberare? Proviamo a farne un elenco durante questo tempo.

Siamo pieni di attrezzatura e di atteggiamenti inutili, che appesantiscono la nostra testimonianza e ci rendono poco liberi e credibili. Zavorra, robaccia senza gusto che può ancora stare nelle nostre case/vite piene di tutto, stipate dalla soffitta alla cantina, ma di certo non può comparire davanti a Dio. Fuori le carabattole in avvento: c’è da alleggerire e da svuotare parecchio.

Bisogna sfoltire le nostre idee su Dio, le attese sbagliate che rischiano di lasciarci alla fermata ad attendere il Messia mentre passa, come molti scribi e sapienti di Israele. C’è da liberarsi dalla dittatura dei sentimenti, che ci imprigionano negli umori del momento e in ciò che sentiamo impedendoci di costruire affetti veri, cementati dalla volontà e dal sacrificio.

Buttiamo anche un po’ di sicurezza e quella montagna di autostima che in qualunque situazione ci colloca, senza ombra di dubbio, dalla parte della ragione. E poi ci sono pensieri ostinati, vie di fuga dalla realtà, fantasie ripetute, relazioni malate dove l’altro serve a me, per specchiare il mio narcisismo o rimproverargli i miei fallimenti.

E finiamola con quella cattiveria secca che da sempre sembra distinguere i cattolici: gente che non uccide nessuno, ma che neppure emana bontà e di certo non invoglia a frequentarla.

Siamo barricati dentro e con tutto questo armamentario il Dio-bambino di Betlemme dovrebbe sfondare le nostre porte a colpi di cannonate. Non stupiamoci se ancora una volta l’annuncio sarà dato ai pastori, ai Magi, a gente lontana, ma dal cuore aperto.

E forse anche questa è buona notizia, parola di Evangelo: che Dio non viene con forza, che “Non spezza una canna incrinata e non spegne uno stoppino dalla fiamma smorta” (Is 42,3).

Si presenta umile e povero, così simile a noi che lo riconosceremmo subito se umili e poveri fossimo anche noi. La povertà del Natale comincia nella delicatezza dell’avvento e della pietà di Dio per noi. Una voce grida nel deserto. Proviamo ad immaginarla: è quella di un possente tenore o di un soprano leggero? Una strada si apre tra i  monti  mentre ci raggiunge la bellezza di un annuncio che si libra nell’aria e canta nei secoli la buona notizia.

 

don Giampietro Ziviani

Articolo degli studenti della SDFT

Pubblicato su “La Settimana” del 4 dicembre 2011