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Rassegna stampa / Articoli 2012 / Cercare Dio in tempo di crisi

Per proseguire nel cammino quaresimale, come spunto di meditazione, vi proponiamo una riflessione di don Umberto Rizzi, insegnante di Morale I nella nostra scuola di Teologia, sul tema:

Desiderare Dio in tempo di crisi.

La Quaresima, che ormai sta per compiersi nella Settimana Santa e nel grandioso triduo pasquale, riserva a tutti noi ancora alcune giornate per implorare nella preghiera la purificazione del desiderio. Alla fin fine, il cammino quaresimale è gesto di umile supplica al cuore del Signore e diventa domanda affinché la vita non perda di vista la sua meta, il fine da raggiungere.

La domanda del cuore, nel suo intimo proporsi nel dialogo della preghiera, assume le forme della coscienza vocazionale: possa io vedere quel Bene che salva me stesso e ogni mia attesa di felicità, possa avere il dono di incontrarlo e di sceglierlo. Un cammino morale che si compie nell’atto di fede. Un Bene per il quale siamo stati creati e che nella storia prende il volto e le parole di un uomo: Gesù Cristo.

La Quaresima non è allora impegnativa principalmente per lo sforzo di crescita che ci propone per rifiutare il peccato, piuttosto impegna a fare la scelta positiva di Dio. Penso infatti a quanta fatica facciano i ragazzi che vanno agli allenamenti per poi vincere una partita o in palestra per ottenere un fisico apprezzabile, penso alla tenacia delle coppie che lavorano per guadagnarsi una casa e un lavoro sicuro, oppure ai professionisti che soggiornano all’estero per qualificare nell’eccellenza la loro specializzazione.

Tutti costoro sono più che convinti della bontà del bene individuato dal loro cuore, tutti sono mossi da un desiderio incarnato nella realtà, non so però se tutti potrebbero affermare, come credenti, che Cristo è la parte essenziale del bene cercato. Eppure la Quaresima è tempo opportuno per togliere il velo che è posto tra noi e la realtà, per verificare se Cristo è implicato in qualche misura con i nostri sforzi per vivere felicemente, oppure si aggiunge come qualche cosa di opzionale ed esterno alla dinamica del “bene”.

Perché la tentazione diabolica sta proprio nel separare Dio dalla vita concreta, nel ritenerlo condizione esterna e alla fine anche ingannevole per la vera felicità dell’uomo (pensiamo alle domande del vecchio “serpente” in Eden o alle provocazioni di Satana nel deserto: “se tu sei Figlio…”).

Il giudizio di Dio su ciascuno di noi si compirà contemporaneamente alla risposta che sapremo dare di fronte all’Uomo dei dolori appeso alla croce, facendo nostre le parole del “buon ladrone”: “ricordati di me, Gesù”, piuttosto che provocare Dio a fuggire dalla prova dell’amore verso di noi (“scendi dalla croce…”).

 

Articolo degli studenti della SDFT

Pubblicato su “La Settimana” del 1 Aprile 2012