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Rassegna stampa / Articoli 2011 / SPAZI LITURGICI. Prof. G. Melzi

In febbraio è iniziato, per chi frequenta la scuola, il nuovo Seminario di Liturgia tenuto dal prof. Giovanni Melzi. Gli studenti che frequentano questo seminario sono impegnati, sotto la guida del professore, in un lavoro di ricerca che alla fine produrrà un elaborato da consegnare al parroco di una chiesa della nostra diocesi quale suggerimento per i lavori di adeguamento dell’area presbiterale. Del progetto si dirà più avanti, oggi vogliamo condividere con voi qualche momento degli incontri.

Partendo dalla definizione di Liturgia che è “Teologia in atto nello spazio e nel tempo”, parleremo dello spazio rituale e di ciò che lo caratterizza. Piccoli spunti per riflettere, appunti presi a lezione, cose che forse non sono così scontate come potrebbero sembrare.

Lo spazio rituale è caratterizzato da luoghi liturgici a loro volta contraddistinti da una ben chiara teologia.

L’Altare, l’Ambone e la Sedesono luoghi e non oggetti funzionali da spostare a seconda del bisogno, perciò devono avere una struttura fissa, essenziale, vera, visibile, elevata ed accessibile a tutti i battezzati. Un luogo presuppone che ci si possa salire, girare attorno, entrare in relazione con lo spazio. Devono essere manufatti eloquenti, cioè simboli, che evocano significati anche quando non sono usati.

Il centro dello spazio rituale è l’Altare o Mensa.

L’Altare è un segno, non un semplice oggetto funzionale alla celebrazione, la tovaglia, le candele  e i fiori, a loro volta, sono segni e tutto concorre alla celebrazione del rito. Per questo sarebbe più indicato vestire l’altare dopola Liturgiadella Parola e prima della presentazione dei doni, per far sì che i segni diventino eloquenti.

L’Altare è Segno di Cristo, è la pietra angolare posta alla base della Chiesa. Ogni volta che inizia e finisce la celebrazione si bacia l’Altare perché èla Chiesa sposa che bacia Cristo suo sposo. L’Altare viene incensato e venerato come corpo perché è Cristo.

L’Altare ha una duplice valenza: è Ara dove si compie il sacrificio ed è Mensa, tavola, per il convivio, per la comunione. La forma quadrata e la sopraelevazione ci ricordano la sua dimensione sacrificale; la tovaglia, i fiori, le luci, mettono in evidenza la dimensione conviviale.

Dal punto di vista teologico, sono molte le indicazioni dei Padri della Chiesa per preferire la forma quadrata a quella rettangolare e molte sono anche le testimonianze iconografiche.

Il quadrato come valenza simbolica per richiamare i quattro punti cardinali, simbolo della terra e di tutte le genti che sono chiamate alla comunione all’interno della Chiesa.

Una citazione di Simeone di Tessalonica dà una ragione di questa forma: «La mensa è quadrata, perché da essa si sono nutrite e sempre si nutriranno le quattro parti del mondo; alta e rivolta verso il cielo, perché il suo mistero è alto e celeste e del tutto trascendente la terra».

Noi riusciamo a celebrare il mistero perché non siamo pienamente consapevoli di quanto sta accadendo sull’Altare durante la celebrazione, se lo fossimo cadremmo in estasi, come i nostri mistici ci insegnano, o cadremmo per terra svenuti, perché stare di fronte a Dio è insostenibile per l’uomo.

Ambone: il Luogo della Parola di Dio.

Teologicamente e simbolicamente l’Ambone collega, in modo particolare, due momenti della storia dell’uomo: quello del peccato e della conseguente condanna, all’inizio della Genesi, e quello del compimento della salvezza e del suo annuncio: la risurrezione di Cristo.

Il contesto ambientale di questi eventi è il giardino.

Nel Paradiso terrestre, come si legge nelle Scritture, inizialmente si ha un’immagine di Dio e dell’uomo che, sul far della sera, passeggiano e dialogano amabilmente; poi, a causa di ciò che l’uomo compie, il dialogo si interrompe, i rapporti fra Dio e l’uomo si incrinano.

Nel racconto evangelico, il giardino è il luogo dove si trova la tomba di Cristo ( Gv19.41) e luogo della Risurrezione. In questo giardino si ricompone il dialogo antico, i ponti che erano stati spezzati vengono riedificati dal Mistero Pasquale.

Come leggiamo nel vangelo di Matteo ( Mt 28, 1-8), alle donne che vanno a visitare la tomba

l’Angelo, seduto sulla pietra rotolata dal sepolcro, dice che Gesù non è più lì e di andare a dire ai discepoli che è risorto.

Come l’Angelo annuncia che Cristo è risorto, che il dialogo è ripreso, così il Diacono sale nell’Ambone ad annunciare il Vangelo.

Tuttala Bibbiasi ricapitola in Cristo. L’Antico Testamento lo prepara e nel Nuovo si compie il Mistero Pasquale di Cristo,la Salvezza.Intutte le letture possiamo cogliere il messaggio del Risorto. Quindi il luogo della Parola è un giardino nuovo: il giardino della Chiesa, dove l’Angelo

( il diacono) annuncia ancora una volta, a chi entra in questo spazio per cercare colui che è morto, che il Signore è Risorto.

Per quanto detto, l’Ambone dovrebbe essere posto su una pietra rotonda che evochi la pietra rotolata dal sepolcro e che innalzi il Luogo della Parola, perché è il luogo da cui Dio parla all’assemblea, è Parola che scende dall’alto, ed è il luogo verso il quale l’assemblea risponde.

Nella liturgia della Parola avviene un dialogo, anche se non sappiamo cosa domandare è lo Spirito che intercedere per noi, e rispondiamo con le parole che Dio ci mette in bocca.

Il lettore leggela Ilettura e l’assemblea risponde con il Salmo responsoriale. Il lettore leggela IIlettura e l’assemblea acclama il Vangelo con il canto.

Il Vangelo viene proclamato,la Parolaviene spezzata nell’Omelia e dalla Parola nascela Preghieradei Fedeli.

Tutto il dialogo ha luogo nel giardino, e noi, in quel giardino, siamo tornati a parlare con Dio.

La sede.

Per introdurre questo luogo liturgico, facciamo un brevissimo riassunto di quanto detto precedentemente: l’aula ecclesiale e la comunità che vi si riunisce formano il luogo reale della celebrazione, alcuni elementi però, altare e ambone, articolandosi tra di loro, creano uno spazio particolare, una realtà attorno alla quale tutto ruota  e che diventa punto di confluenza dell’attenzione.

Essi generano uno spazio psicologico e ideale, in cui converge ogni realtà liturgica e da cui parte ogni azione salvifica; materializzano una realtà invisibile. L’unità e la verità di quanto avviene nella celebrazione liturgica trovano la loro espressione nel sacerdote che presiede la riunione, il quale è riflesso della presenza di Cristo.

La sede ( o seggio) del sacerdote celebrante rammenta la funzione che gli è propria di presiedere l’assemblea e di guidare la preghiera.

Mensa, ambone e sede sono il cardine dello spazio rituale, sono i punti di costante riferimento nella celebrazione di ogni sacramento.

La sede è un elemento che si è cominciato a riconsiderare, soprattutto  per la sua valenza simbolica, con la riforma liturgica del Concilio Vaticano II. Per cogliere la valenza simbolica del seggio bisogna rifarsi alle icone orientali, alle grandi absidi delle chiese orientali paleocristiane e bizantine. In queste antiche immagini veniva rappresentato il Cristo ( il Pantocrator) seduto su un seggio, che in una mano tiene il libro della vita e con l’altra esprime un gesto allocutorio.

Altre volte il trono era rappresentato vuoto ( etimasia) con appoggiato sopra il libro sacro, oppure la croce gloriosa gemmata; con questa iconografia l’assenza dell’immagine di Cristo serviva ad evocarela Parusia.

Nelle pagine di Matteo ( Mt 24,30; 26,64) si legge che quando il Signore tornerà siederà su un trono e separerà i capri dalle pecore.

La sede vuota quindi evoca la sede di Colui che tornerà; invita il credente ad osservare questo luogo, a pensare che la storia è destinata a compiersi, che a ricapitolare la storia sarà Cristo stesso che riassumerà tutto in Sé e nella sua Parola.

 

 

Articolo degli studenti della SDFT

Pubblicato su “La Settimana” del 27 / Febbraio /2011