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Rassegna stampa / Articoli 2011 / ETICA E QUESTIONI CONTEMPORANEE. Don U. Rizzi

Iniziando da oggi, e per alcune settimane, vi proponiamo la sintesi dell’intervento di don Umberto Rizzi al convegno Vivere da cristiani in un mondo che cambia promosso dalla SDFT (vedi n° precedenti de La Settimana) sul tema: ETICA E QUESTIONI CONTEMPORANEE.

Per delineare in prima approssimazione la questione etica dei credenti nel nostro tempo, faccio riferimento all’Enciclica “Veritatis Splendor” di Papa Giovanni Paolo II.

Il Pontefice, nell’introduzione dell’Enciclica, afferma che anche tra i credenti si sono diffusi dubbi e vengono sollevate obiezioni in merito agli insegnamenti morali della Chiesa.

Alla radice della crisi starebbero correnti di pensiero che separano la libertà dalla verità dell’uomo.

Oggi, però, sembra necessario riflettere sull’insieme dell’insegnamento morale della Chiesa, con lo scopo preciso di richiamare alcune verità fondamentali della dottrina cattolica che nell’attuale contesto rischiano di essere deformate o negate. Si è determinata, infatti, una nuova situazione entro la stessa comunità cristiana, che ha conosciuto il diffondersi di molteplici dubbi ed obiezioni, di ordine umano e psicologico, sociale e culturale, religioso ed anche propriamente teologico, in merito agli insegnamenti morali della Chiesa. Non si tratta più di contestazioni parziali e occasionali, ma di una messa in discussione globale e sistematica del patrimonio morale, basata su determinate concezioni antropologiche ed etiche. Alla loro radice sta l’influsso più o meno nascosto di correnti di pensiero che finiscono per sradicare la libertà umana dal suo essenziale e costitutivo rapporto con la verità. Così si respinge la dottrina tradizionale sulla legge naturale, sull’universalità e sulla permanente validità dei suoi precetti; si considerano semplicemente inaccettabili alcuni insegnamenti morali della Chiesa; si ritiene che lo stesso Magistero possa intervenire in materia morale solo per « esortare le coscienze » e per « proporre i valori », ai quali ciascuno ispirerà poi autonomamente le decisioni e le scelte della vita.

Risulta profondamente ambiguo così il fenomeno del “ritorno all’etica” come viene evocato da più parti. Preoccupati dalle strutture macroeconomiche e finanziarie, dai nuovi poteri acquisiti dall’uomo mediante le scienze biomediche, le tecniche informatiche e della comunicazione, da più parti ci si rivolge alla Chiesa perché ci si sente impreparati alle sfide etiche che tutto ciò comporta e si riconosce ad essa il patrimonio di una grande tradizione morale.

 Ma ciò che si chiede sono solo regole, che disciplinino il comportamento, mentre si rifiuta di ascoltare il contesto globale di senso che quelle regole giustifica e rende comprensibili.

Quale retroterra culturale può dunque esserci per determinare questa visione morale anche nei credenti?

Lo possiamo intuire dalla prospettiva decisamente laica di molti pensatori contemporanei. Nel contesto italiano mi riferisco al filosofo S. Givone, che parla di una situazione aperta dell’etica, destinata sempre di più a rispondere all’individuo prima che a sistemi di norme e principi.

Nel nostro secolo l’etica tradizionale è davanti a un crisi forse irreversibile, crisi dovuta da un lato alla crisi dei fondamenti del sapere, al politeismo dei valori, a quella che Nietzsche chiamò la morte di Dio, dall’altro a un evento traumatico insuperabile come i campi di sterminio e la possibilità, con l’atomica, dell’istantanea fine dell’intero genere umano.

Eppure la situazione è aperta. "Se Dio non esiste tutto è permesso!" esclamava un personaggio di Dostoevskij. Ma il sociologo, Z. Bauman ha obiettato che è

altrettanto vera l’affermazione contraria: "Se Dio esiste tutto è permesso!".

Ossia in nome di sistemi, di certezze forti, posso fare a meno della mia responsabilità, e cioè posso agire in maniera non morale. La morte di Dio ci mette in crisi, ma rende evidente una cosa: l’etica ha a che fare con la responsabilità individuale prima che con un sistema di norme e principi.

Ma come gestire questa terribile responsabilità di fronte a questa perdita di illusioni?

Concordo con Givone sull’urgenza di recuperare il valore della persona e della sua capacità etica nella libertà, prima di affidarsi a sistemi normativi che non possono essere applicati tout court senza la mediazione del soggetto, dall’altro lato l’individuo con la sua responsabilità non può costituire il criterio ultimo nel giudizio morale, quasi a rendere l’esperienza di fede irrilevante, da un punto di vista fondativo, nella scelta del bene.

La fede comporta un supplemento di verità a quanto la ragione da sola non può cogliere.

Ancora un passo dell’Enciclica:

-È da rilevare la dissonanza tra la risposta tradizionale della Chiesa e alcune posizioni teologiche, diffuse anche in Seminari e Facoltà teologiche, circa questioni della massima importanza perla Chiesae la vita di fede dei cristiani, nonché per la stessa convivenza umana. In particolare ci si chiede: i comandamenti di Dio, che sono scritti nel cuore dell’uomo e fanno parte dell’Alleanza, hanno davvero la capacità di illuminare le scelte quotidiane delle singole persone e delle società intere? È possibile obbedire a Dio e quindi amare Dio e il prossimo, senza rispettare in tutte le circostanze questi comandamenti? È anche diffusa l’opinione che mette in dubbio il nesso intrinseco e inscindibile che unisce tra loro la fede e la morale, quasi che solo in rapporto alla fede si debbano decidere l’appartenenza alla Chiesa e la sua unità interna, mentre si potrebbe tollerare nell’ambito morale un pluralismo di opinioni e di comportamenti, lasciati al giudizio della coscienza soggettiva individuale o alla diversità dei contesti sociali e culturali-.

A partire dal passo che abbiamo citato di Giovanni Paolo II , vorrei formulare alcune domande:

- I Comandamenti sono davvero criterio verace e universale di giudizio morale?

- L’amore a Dio e al prossimo può essere separato dall’obbedienza al Comandamento?

- Si può appartenere alla Chiesa in base alle verità di Fede credute e non alle scelte fatte?

-La Fedeè una teoria sull’esistenza o una vita reale in Cristo presente?

- È bene accettare tutte le opinioni in nome della libertà, lasciando al singolo quali scegliere?

Tra le tante categorie morali, per entrare più in profondità nel discorso, parto dalla libertà.

La libertà è il presupposto della possibilità etica del soggetto che può rispondere dei suoi atti; senza libertà non è possibile alcuna etica, anche se il rischio di fraintendere la libertà come rottura da ogni legame di paragone è concreto al punto che, sia la tradizione del costume che la fede religiosa, possono diventare un ostacolo. Il filosofo Givone a questo proposito appunta:

-Senza libertà immediatamente l’etica, anche quando sembra tale, scivola in qualche cosa che ne ha l’aspetto, ma è un’altra cosa. Scivola nel costume, scivola nella fede religiosa. E il costume e la fede religiosa possono essere esperienze altissime, sia ben chiaro. Ma l’etica presuppone la libertà -.

La libertà è frutto della vita etica del soggetto in relazione, si costituisce cioè non come principio a priori, ma come conseguenza della comunione interpersonale tra persone; in altre parole la libertà è una condizione teorica finché la persona non la esercita nella vita di relazione con colui che le Scritture chiamano il “prossimo”. La libertà è dono dell’altro per il compimento personale.

Un secondo fronte del dibattito etico attuale è costituito dalla varietà e dalla pluralità dei valori oggi presenti alla coscienza delle persone, veicolati dalle culture dei popoli che si incontrano anche nel nostro Paese.

Dentro a questa pluralità di valori è possibile arrivare ad un’unica etica o sarebbe meglio creare una democrazia di etiche. Il prof. Givone, a questo proposito, scrive: “Bisogna evitare la confusione che fa chi ritiene che politeismo dei valori equivalga a politeismo delle etiche possibili.

Cosa possiamo fare? Ascoltare cosa ci dice la coscienza, ascoltare la nostra convinzione profonda.

Ma la nostra convinzione profonda dobbiamo portarla alla luce d’una razionalità che la rischiari, che non la condanni a essere pura e semplice superstizione. Perché c’è anche questo rischio, che al politeismo dei valori, corrisponda un’etica puramente superstiziosa, cioè un’etica della convinzione che non dà ragione di sé, che è pura e buia radice, cioè sentimento irrazionale”.

Un terzo fronte è costituito dallo sviluppo della tecnologia, che ha modificato e continua a farlo impercettibilmente ogni giorno, le abitudini della persona e le stesse relazioni sociali.

Viene modificato il concetto stesso di vita e di vita dignitosa, del benessere di cui si ha diritto, della felicità che non deve essere intaccata dal dolore e da altri limiti sociali. Insomma, se posso tecnicamente fare una cosa per aumentare la gioia nella vita, senza che agli altri causi del male, perché non dovrei farla?

Un ultimo aspetto del dibattito etico attuale che vorrei sottolineare è quello della violenza dell’uomo e contro l’uomo, che ha acquistato sempre più un carattere misterioso e devastante. La violenza si può tenere sotto controllo, magari limitarne i danni ma questo non toglie la domanda da dove sgorghi la violenza. Più ci si riflette e più emerge che la violenza nella sua complessità è una caratteristica dell’uomo, molto più inquietante della violenza come si manifesta in natura, sia che si tratti di animali o di catastrofi naturali. La violenza umana ha di specifico un valore simbolico aggiunto, appartiene alla dinamica culturale.

Riguardo al tema della violenza e della distruzione da parte dell’uomo, la conclusione cui arriva il filosofo Petrosino è che il male s’intreccia in modo inquietante col tema della giustizia: il soggetto distrugge per rincominciare tutto da capo, per non avere più un debito originario, quel debito che Gesù interpreterà invece come dono. Il soggetto distrugge per imporsi all’origine di se stesso. Il riconoscere che c’è qualcosa prima di me, fosse anche una tradizione, mi dice che io non sono l’origine di me stesso e questo fa nascere altre domande che, naturalmente, vanno contro a quell’idea che  libertà è  affermazione di se stesso contro qualsiasi costrizione.

Occorre chiarire cosa intendiamo parlando di principi e di valori, perché si usano a volte come fossero sinonimi, mentre indicano in maniera diversa il riferimento al bene cercato per essere felici. Possono infatti avere per oggetto gli stessi beni: la vita, la salute, la libertà, il benessere, le relazioni, la pace e così via, ma cambia il modo di utilizzo di questi beni.

Il valore, in ambito etico, è un bene materiale o immateriale che ha valore per la persona, cioè un bene finale che chiede di essere realizzato attraverso attività a ciò orientate. Indica quindi quel bene che si trova alla fine del dinamismo etico che orienta le scelte e che si spera di perseguire. Potremmo dire che il valore ha la forza di attrazione nel giudizio morale.

Il principio, come indica la parola stessa, è un bene (materiale o immateriale) posto all’inizio, cioè come sorgente del dinamismo etico, che chiede di realizzarsi attraverso scelte ad esso ispirate, che producano effettivamente ciò che indica il principio.

Potremmo dire che il principio ha la forza di originare il giudizio morale.

Negli anni ’70 è stata elaborata una teoria morale con quattro principi etici fondamentali; la loro interpretazione può determinare scelte radicali sul bene/male.

Principio di autonomia:fondato sull’idea che le azioni umane non dovrebbero essere sottoposte a nessun vincolo o controllo altrui.

Ciò corrisponde, in senso negativo, ad un diritto di non interferenza (privacy, riservatezza) ed al riconoscimento del ruolo dell’autodeterminazione; in senso positivo, implica il dovere di informare e quindi di rendere possibili scelte realmente autonome, dal momento che una scelta autonoma prevede la mancanza di condizionamenti esterni, l’intenzionalità e la comprensione della situazione.

Principio di non maleficità: chiede di non recare intenzionalmente danno alla persona da aiutare. Ma, come tutti gli altri, questo principio non ha validità assoluta, quindi non è necessariamente connesso con la difesa della vita, ma è compatibile anche con giudizi intorno alla qualità della vita, per quanto questa nozione sia problematica ed ambigua.

Principio di beneficità: chiede di prevenire il danno, di eliminare il male, di promuovere il bene, di proporzionare i benefici in rapporto ai costi e ai rischi.

Un’altra importante distinzione risiede tra la beneficenza generale e quella specifica, intendendo con la prima la naturale tendenza dell’uomo ad agire nell’interesse altrui, con la seconda invece riconoscendo l’esistenza di doveri specifici legati al proprio ruolo, alla propria professione ( ad es. il medico nei confronti del paziente), o derivanti da particolari legami genetici o affettivi.

Principio di giustizia: esso si fonda sull’obbligo di una giusta distribuzione dei benefici, dei rischi e dei costi.

Ma cosa si intende per giusta distribuzione? Il principio formale di giustizia afferma solamente che tutti gli uguali devono essere trattati in maniera uguale, ma come si definisce l’uguaglianza? Esistono diversi criteri materiali di giustizia, ognuno dei quali potrebbe risultare prioritario rispetto all’altro in base alle circostanze. La distribuzione delle risorse e degli oneri potrebbe avvenire dunque secondo: il bisogno, il merito, l’impegno, il contributo, le leggi di mercato, l’uguaglianza della quota per tutti.

Questo approccio, centrato sui principi, si pone come fine principale quello di attribuire alla bioetica la soluzione di conflitti morali nella maniera più oggettiva ed imparziale possibile, mantenendo una duplice apertura che la rende compatibile sia con una prospettiva deontologica sia con una teleologica, ma la sua più grande mancanza risiede forse nell’esclusione del riferimento al soggetto e alla sua coscienza.

Ci troviamo così di fronte al paradosso di una mancata valorizzazione della persona umana proprio in nome del riscatto da un sistema normativo etico tradizionale.

Vorrei concludere con le parole di Papa Ratzinger: “La fede possiede un’intrinseca ragionevolezza poiché essa crede che «in principio era il Logos» e che dunque senso e fini della Creazione non contraddicano le aspirazioni dell’uomo al bene, né siano di ostacolo all’espansione della sua libertà. È l’errore del tempo moderno, il tempo dei dualismi antropologici e delle morali provvisorie, che per salvare l’uomo a prescindere dalla verità e da Dio finisce per intrappolarlo nel vicolo cieco del male.

 

Articolo degli studenti della SDFT

Pubblicato su “La Settimana” del 7 Maggio /2011