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ATTENZIONE

l'esame di

TEOLOGIA MORALE II

Prof. don Pier Antonio CASTELLO

di Venerdì 7 aprile 2017

sarà 

dalle ore 16:00 alle ore 17:30


Rassegna stampa / Articoli 2011 / UNA VITA BUONA SULLE ORME DI CRISTO Prof. Cesare de Santi

Iniziando da oggi, e per alcune settimane, vi proponiamo la sintesi dell’intervento del prof. Cesare De Santi al convegno Vivere da cristiani in un mondo che cambia” promosso dalla SDFT ( vedi n° precedenti de La Settimana) sul tema: UNA VITA BUONA SULLE ORME DI CRISTO, spunti biblici per un'etica cristiana contemporanea.

Che la tematica morale sia attuale lo dimostrano anche gli orientamenti pastorali 2010 della CEI, dal titolo significativo: “Educare alla vita buona del vangelo”.

Linguisticamente “bontà” ha la radice di “bene”, e tutti ricordano dai remoti studi di filosofia che “uno, vero, buono e bello” sono le quattro caratteristiche principali dell’essere. E “buono” rimanda a “morale”.

La vita buona del vangelo è dunque una vita moralmente buona.

In verità gli orientamenti della CEI pongono l’accento sul tema dell’educazione più che sul dibattito morale. Quest’ultimo fa piuttosto da sfondo, da orizzonte, non mancando i molti richiami ai valori, al discernimento, alla coscienza all’interno del documento stesso.

Diversamente, le riflessioni seguenti sui brani neotestamentari sono frutto del pensiero di K.

Demmer, professore di Teologia Morale alla Pontificia Università Gregoriana di Roma nel trentennio degli anni 1970-2000.

A lui devo il titolo, proposto per questo intervento, che ben delinea l’idea portante della svolta avvenuta in teologia morale nel secolo scorso. Il corso di teologia morale fondamentale da lui tenuto in quegli anni era “Seguire le orme del Cristo”, traduzione del più efficace originale latino “Christi vestigia sequentes”.

Prima di lui, nel 1954, il prof. B.Häring pubblicò “La legge di Cristo”, riprendendo l’espressione di Galati 6,2. Il sottotitolo del manuale – ben tre volumi – era interessante: “teologia morale per preti e laici”. Häring portò a compimento quella stagione di rinnovamento teologico che avrebbe portato poi al Vaticano II, e dopo venticinque anni, ripubblicò nel 1979 un’altra famosa trilogia, il suo “Liberi e fedeli in Cristo”.

È a questo filone cristocentrico che si rifà il pensiero di Demmer, con una preoccupazione costante: la continua ricerca e fondazione dei presupposti stessi di un pensiero morale. In parole povere: anche la tematica morale, che per sua natura si percepisce come assoluta in quanto regolatrice del valore morale in sé, non può essere correttamente affrontata se non si scoprono i propri presupposti.

La riflessione morale cristiana non è, quindi, una riflessione generica, ma presuppone il suo centro di gravitazione: l’evento Cristo.

È da questo che in ogni epoca, anche nella nostra, si ricava luce per il dibattito morale.

Puntualizziamo subito alcune questioni:

innanzituttola SacraScritturanon intende elaborare un sistema etico coerente. Ha un doppio limite: contenutistico e metodologico. Circa i contenuti, non copre l’intera gamma dei problemi morali, ma porta le tracce del suo contesto di origine. Tratta una serie di problemi morali, ma sono sempre contrassegnati da un preciso contesto storico, da bisogni ed emergenze. Circa la metodologia, i due testamenti non sviluppano una metodologia sofisticata che corrisponda alle esigenze epistemologiche dell’epoca. Nei testi biblici si assiste al fenomeno dell’assimilazione di elementi filosofici provenienti dall’ellenismo e dalla filosofia stoica. Non esiste il confronto con le attuali scienze empiriche, psicologia, biologia, medicina ecc. Infinela SacraScritturadà preferenza ad un preciso tipo di linguaggio: quello parenetico, dell’esortazione.

Le beatitudini (Mt 5,3-12)

La punta di diamante della riflessione morale del Nuovo Testamento è unanimemente riconosciuta nelle beatitudini.

Il genere letterario macarismo, ovvero beatitudine non è una novità cristiana. Un simile concetto è rintracciabile anche nella filosofia popolare stoica.

L’obiettivo di simili testi è catechetico: sono composizioni al servizio dell’educazione morale della comunità primitiva e la novità non sta nel concetto nuovo, ma nel nuovo contesto ove il concetto viene inserito. In questi testi si attua una profonda transignificazione di ogni concetto.

Nelle beatitudini è completamente assente qualsiasi linguaggio prescrittivo, non c’è nessun imperativo.

Ritroviamo invece un predominio del linguaggio descrittivo: si dipinge il quadro della situazione morale del discepolo di Gesù a livello del suo agire morale, e questo viene collocato in un contesto che è conflittuale; però il testo non si limita alla descrizione della situazione di conflitto: propone

una nuova e migliore alternativa dell’agire.

Ed è qui la specificità del credente, nella nuova prospettiva che apre, non tanto nei suoi contenuti immediati. Le beatitudini non offrono un codice di comportamento, ma indicano la condizione conflittuale in cui viene a trovarsi il discepolo di Gesù.

Questa descrizione si collega alla promessa della salvezza in quanto avvenuta nella persona di Gesù. Contemporaneamente indicano le condizioni della sequela: la persecuzione è esistenziale per il cristiano.

È la prima beatitudine che serve da chiave ermeneutica per tutte le altre. Il cristiano è il povero “nello spirito”, che qui va inteso in senso enfatico, non di attenuazione. Alla base vi è il concetto veterotestamentario del povero di Jahve: non solo colui che socialmente ed economicamente è in condizione di povertà, ma colui che, in atteggiamento religioso, attende con fiducia il giudizio finale e veritiero di Jahve.

Il povero è il sofferente che soffrendo anticipa una giustizia migliore e non riconferma il circolo vizioso tra violenza e contro-violenza. La sofferenza diventa forma dell’agire.

Le beatitudini delineano i contorni di una fisionomia morale del cristiano in una situazione di contrasto, presentano un elenco di atteggiamenti morali che stanno in stretto collegamento con le successive antitesi del discorso della montagna, in quanto Magna Charta della morale cristiana, e confermano che il conflitto sofferto trova il suo superamento nel regno messianico.

L’autorità della Torah (Mt 5,17-19)

Altro testo famoso è il detto di Gesù “Non crediate che io sia venuto ad abolire la legge o i profeti…”, che non vuole per nulla abolire la legge veterotestamentaria, ma ne rivendica  ’interpretazione con uno spostamento di accento. Il contesto storico ne chiarisce le coordinate: l’autorità non si trova più presso la sinagoga ma passa alla comunità cristiana che deve anche interpretare la legge attraverso l’autorità di Gesù stesso. Proprio questo testo apre la prospettiva per il discorso della montagna, per una migliore giustizia.

Il criterio interpretativo diventa allora il regno dei cieli.

Occorre eliminare qualunque mentalità negativa riguardo la legge veterotestamentaria: non c’è antagonismo tra il nuovo comandamento di Gesù ela Torah.

Per valutare a fondo l’incisività del brano occorre ricordare la teologia della Torah. Essa non è

l’equivalente esatto delle nostre leggi.

La Torahè pegno e segno della presenza salvifica di Jahve al suo popolo prescelto.La Toraholtrepassa i confini di un catalogo di precetti e divieti. Essa rappresenta un ordine del buon vivere, è carica della saggezza di Dio; designa e circoscrive uno spazio libero entro i cui confini l’operare il bene risulta possibile.

Usando una metafora, si può immaginarela Torahcome la roccaforte eretta contro l’assedio permanente del male nel mondo.

La Torahnon suppone solo una teoria della creazione. Comprende invece la teologia della storia, col suo nucleo centrale: la storia viene intesa in termini di teofania. Ogni singolo evento nella storia resta trasparente verso la presenza salvifica di Jahve. È questo il centro della teofania: non semplice storia ma storia della salvezza.

Ogni qual volta si parla di validità della legge si parla anche di casistica.

Le teologia della storia rimane incomprensibile senza il riferimento alla casistica. Il termine è neutrale, lo si trova in molte discipline pratiche e normative. È una scienza applicativa che si propone di superare l’astrattività della legge. In tal senso la giurisprudenza diviene praticabile attraverso la casistica. Ha un vantaggio rispetto alla norma generale: accumula un tesoro di esperienza. Il legislatore non resta di fatto legato alla sua riflessione ma sottopone la legge al banco di prova della prassi. Coglie il praticabile e il possibile.

Nel pensiero veterotestamentario si sviluppa un’ampia casistica circa il culto ( Levitico) e le situazioni conflittuali storiche (Codice Deuteronomico). Il principio è sempre il medesimo: fermare la violenza, la casistica è proprio ciò che serve a controllare il conflitto.

Ed ecco il dilemma centrale della Torah: essa si dimostra capace di controllare ma non di sradicare il male regnante nel mondo; il suo compito e la sua competenza di forza si limitano a circoscriverlo.

Neppure la più fedele e rigorosa osservanza della legge è in grado di eliminare il male.

Questo dramma si acutizza nella domanda di Pietro a proposito del perdono: “Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?” (Mt 18,21).

La risposta di Gesù lascia intendere che tale domanda è priva di significato, poiché le condizioni in cui opera la libertà hanno subito un radicale cambiamento e sovvertimento.

Le antitesi (Mt 5,21-48)

Le antitesi di Mt 5 si distinguono in primarie (Mt 5,21-30.33-37) e secondarie (Mt 5,31-32.38-48).

La formula letteraria è un’opposizione fra due membri posti in contraddizione fra loro: “ Avete inteso che fu detto…..Ma io vi dico…..”. È questo ad apportare una novità e originalità nel

messaggio cristiano di Gesù.

Le antitesi primarie si muovono entro i confini della Torah e la sua validità incontestabile.

Mirano a ristabilire l’originale significato della Torah: la loro novità risiede nel ripristino dell’inizio, in opposizione ad un senso degenerato della casistica già all’orizzonte ai tempi di Gesù. Va mantenuto lo spirito interiore della Torah, per cui Jahve esige il cuore puro, che non si sottrae in qualsiasi maniera possibile proprio per mezzo di una casistica sofisticata.

Le antitesi secondarie presentano invece una svolta radicale. C’è un ampliamento di visuale. La critica si estende alla Torah stessa e alla sua validità. Coinvolge i fondamenti della legge, che nell’avvenimento Cristo hanno subìto un radicale cambiamento. La nuova competenza del cristiano oltrepassa i limiti della Torah. Così facendo la dottrina morale si inserisce nella prospettiva della giustificazione.

Consideriamo ad  esempio il detto di Mt 5,38. La legge del taglione a prima vista può sembrare una legittimazione della vendetta. È un malinteso. Il vero intento del testo è all’interno della prassi penale: equità fra delitto perpetrato e delitto inflitto. È una legge che tenta di limitare l’intrinseca dinamica del perpetuarsi della violenza. E inoltre pone alla pena inflitta dei limiti riferiti al danno subito. La novità gesuana della non opposizione al male va vista rispetto a questo senso corretto della Torah.

La risposta “Se uno ti da uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra” è una risposta senza condizioni, senza limiti. In questo nuovo livello di pensiero morale sta la grande novità di Gesù. Qui, a differenza della Torah, non c’è più limite. Questo salto di qualità comporta un rovesciamento di prospettiva. Gesù mette in questione la valenza della Torah stessa. Nel genere letterario iperbolico della sua risposta egli suppone la forza morale di superare il male per il bene. Il

circolo vizioso di circoscrizione del male senza domarlo è infranto, ed entra in gioco una casistica del sovrappiù cristiano lontana dall’istanza delimitante inerentela Torah.

Sintesi

Il discorso etico di Mt 5 non apporta una novità sotto l’aspetto contenutistico. Si muove invece entro i confini della tradizione morale veterotestamentaria. Non viene presentata nemmeno una esposizione sistematica di una “dottrina morale”. Si assiste invece al fenomeno di un cambiamento di prospettiva, da equiparare a un collasso di paradigma, dovuto a quella competenza morale unica che si accumula nella “mens genuina” di Gesù in forza del suo rapporto unico col Padre celeste. La novità della morale cristiana risiede quindi nella connessione alla cristologia; in seguito i fondamenti della Torah hanno subito un profondo sovvertimento. Ciò abilita ad una nuova competenza della libertà di fronte alla conflittualità della storia. Il discepolo di Gesù partecipa in quella nuova coscienza di Dio posseduta dal suo maestro; entra nella storia attraverso un processo comunicativo, un sovrappiù inesorabile, capace di trasformare le strutture dell’esistenza. Altrimenti

detto, il contributo della morale cristiana non attinge immediatamente al piano del discorso spiccatamente normativo, rimane invece legato a quello del discorso meta-normativo, ovvero le conseguenze e le prospettive che esso apre.

L’agire morale del cristiano non è tanto una questione di contenuto, quanto una questione di metodo. Non tanto un “imperativo”, quanto piuttosto un “indicativo”.

In altre parole: “la via del Cristo”.

 

 

Articolo degli studenti della SDFT

Pubblicato su “La Settimana” del 19 Giugno 2011