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Rassegna stampa / Articoli 2010 / Intervento del prof. M. Visentin

“Quali sfide interpellano oggi il laico cristiano e a quali provocazioni egli non può non rispondere?”

Intervento del prof. Michele Visentin –

 

 

Vogliamo condividere con voi, lettori della Settimana, i lavori che si sono svolti durante il convegno “ Quale laico oggi? ” promosso dalla nostra SDFT ( vedi Settimana n°..).

 Nel corso delle settimane vi proporremo i modi diversi, derivanti da vissuti diversi, con i quali i relatori hanno interpellato i partecipanti. Le varie considerazioni, le varie riflessioni, possono essere condivisibili oppure no, ma sicuramente non ci possono lasciare indifferenti.

Oggi presentiamo l’intervento del prof. Michele Visentin, da anni impegnato nel campo dell’educazione e della formazione, da questa esperienza  emergere la sua provocatoria riflessione :

Il mio intervento vorrebbe un po’ smuovere le acque, creare qualche piccolo corto circuito, per avere del materiale su cui pensare insieme. Vi indicherò in particolare tre sfide che secondo me, oggi, il laico cristiano ha di fronte.

Vi indicherò un ambito che secondo me andrebbe approfondito, nella nostra SFT e nelle nostre comunità ecclesiali. Vi indicherò, infine, quattro provocazioni, perché penso che oggi siamo tutti chiamati fuori, a fare un passo avanti rispetto ad alcune questioni.

Vi darò semplicemente degli stimoli, regalandovi innanzitutto delle parole.

Tre sfide prima di tutto.

La prima sfida che sento (ed è una mia opinione, una lettura che faccio partendo dalla mia esperienza di formatore e di insegnante )è più che altro un’attenzione che dobbiamo avere rispetto alla retorica che sta montando attorno al tema dei valori e intorno al tema della sicurezza.

 Intendo dire che, oggi, abbiamo bisogno di passare dai valori, rispetto ai quali siamo spesso tutti tanto d’accordo, ai comportamenti di valore.

Penso che un laico, oggi, debba accettare la discussione, il pensiero intorno al valore se questo è anche accompagnato dall’indicazione di comportamento. Nell’essere sempre tutti troppo spesso d’accordo si può celare il fatto che poi, nel nostro piccolo quotidiano, ognuno declini il valore come meglio crede, come meglio può, ma soprattutto, come meglio gli conviene. Allora io credo che, un gruppo di adulti, che dentro una scuola si educano anche al pensiero, debbano prima affermare con forza che bisogna saper star dentro le nostre comunità, dentro le nostre città, bisogna saper stare su questioni grandi mentre si vive su questioni piccole, quotidiane. Questa dissociazione tra la questione grande e il comportamento individuale, ostile, di vita personale, è, in questo momento, una manifestazione che sta preoccupando. Siamo tutti d’accordo sui valori ma poi quando andiamo a incarnare il valore dentro comportamenti, dentro l’ambiente di lavoro, negli ambienti educativi e pastorali, c’è un corto circuito.

L’altra retorica che mi preoccupa è quella legata alla sicurezza.

In nome della sicurezza noi teniamo in pugno la “pancia” delle persone e questo le porta  ad avere delle percezioni distorte rispetto alla realtà.

Penso che un laico cristiano debba declinare il tema della sicurezza smontando proprio dal punto di vista etimologico questa parola e pensare alla sicurezza come a un qualcosa che è tanto legata ad una buona insicurezza. Cioè la persona che sa tenere insieme sicurezza e insicurezza, può tenersi libera per pensare entrambi questi poli in maniera corretta. Ho detto una cosa importante, ci vorrebbe tempo per approfondirla; però in nome della sicurezza non affrontiamo, nelle nostre piccole comunità, nelle famiglie, temi che dovremmo riportare al centro delle nostre discussioni, come l’elogio della fragilità, l’elogio della debolezza; come anche la capacità di crescere figli che abbiano un senso del limite, che abbiano la capacità di stare in relazione con gli altri esponendosi alla fragilità, alla debolezza e anche all’insicurezza. Il mito della sicurezza diventa  mito quando perde di vista l’altro polo, che è una sana debolezza, insicurezza e fragilità. Dico questo perché il mio punto di vista è anche psicologico oltre che filosofico. I genitori si impuntano a far crescere dei figli sicuri, la sicurezza è una base fondamentale per la crescita della persona, ma dimenticano che una buona crescita psicologica si fonda anche nella capacità di incontrare l’altro e di esporsi all’altro senza difesa.

La seconda sfida  riguarda il nostro linguaggio.

Credo che un laico cristiano, oggi, debba alzare la soglia dell’attenzione rispetto alla povertà  delle parole che stiamo utilizzando per dire il mondo. Io la chiamo un’etica della responsabilità linguistica.

Il laico cristiano deve chiedere alle persone con le quali interagisce di assumersi la responsabilità delle parole che usano, perché il linguaggio sta perdendo la sua capacità di connotare qualche cosa di prezioso. Le parole stanno diventando un tendone che copre un circo, una commedia. È importante invece che torniamo a dare terra alle parole. Ci sono delle questioni che vanno nominate con il loro nome e che dicono delle cose precise. Invece  persone che hanno diverse visioni del mondo o stili di vita liberamente scelti, rischiano di usare le stesse parole per dire cose completamente opposte. Allora alziamo la soglia dell’attenzione rispetto al circo che è innato dal punto di vista linguistico. Torniamo a fare un lavoro sul linguaggio dentro le nostre scuole, dentro le nostre comunità, torniamo a dare un peso alle parole. Solidarietà vuol dire una cosa, non dieci cose; libertà vuol dire qualcosa di preciso! Quando diciamo che una persona è educabile, quando diciamo che la mente è plastica, quando diciamo che tutti possono cambiare, in qualsiasi momento della loro esistenza e quando diciamo che l’educazione deve essere riportata al centro della nostra società, noi diciamo delle cose precise che richiedono delle conseguenze precise.

La terza grande sfida è legata all’idea di potere che sta montando attorno a noi. Se il potere è percepito come una forma di controllo, assume una forma di retroguardia. Controllo, ad esempio è fermare un sasso che sta rotolando, ma fermare qualcosa  è ostacolare, ostruire, impedire, che certe volte è importante, ma è un’azione di retroguardia. Dal mio punto di vista, il potere potrebbe essere associato ad un concetto di autorità morale che si afferma per una sua capacità intrinseca di condurre un comportamento, piuttosto che con un’azione di retroguardia che manipola o controlla le persone. Da questo punto di vista, un laico cristiano agisce il suo potere perché è espressione di un’autorità morale che dipende dal fatto che si è giocato la vita e quindi è ispirato da qualche cosa che lo supera. Per questo esprime autorità.

Esprime autorità per questo un padre, una madre, un insegnante. Esprime autorità però anche un laico nel proprio ambiente di lavoro, esprime autorità un sacerdote, un vescovo; esprime autorità chi è ispirato da qualcosa di grande.

Il giorno in cui nella scuola  abbiamo iniziato a dare le tessere magnetiche per entrare ed uscire, abbiamo messo le video camere, abbiamo impedito, attraverso circolari, l’uso dei cellulari, abbiamo usato il potere per mantenere l’ordine attraverso il controllo, con il risultato che i nostri studenti hanno imparato ad usare meccanismi altri per raggiungere i medesimi obiettivi. Invece dovevamo recuperare la capacità di essere segni, di fare dei nostri ambienti degli spazi simbolici, dove le persone danno un senso a quello che fanno.

C’è un ambito che meriterà sempre più attenzione nei prossimi anni;oggi si parla di bio-educazione, bio-politica, di bio-etica già da molti anni. Bio è ormai il prefisso a tutte le nostre discipline; vuol dire che c’è un nuovo paradigma che sta emergendo e il laico cristiano deve iniziare ad approfondirlo.

È il paradigma della vita che sta entrando in ogni ambito di riflessione e di pensiero.

Questo paradigma ha bisogno del contributo di pensiero del laico, perché le domande nuove sono: qualità della vita è uguale a sacralità della vita? Vita umana equivale a persona umana? Ma la domanda ancora più nuova è: fare un’azione che causa un determinato effetto è equivalente a lasciare che la natura faccia il suo corso producendo lo stesso effetto? É una domanda filosofica ma, se ci fermiamo un attimo a riflettere, apre una questione immensa.

Una volta la medicina cooperava con la natura assumendola come un dato; oggi la medicina trasforma la natura. Una volta eravamo curati perché malati; oggi siamo curati perché abbiamo delle esigenze, abbiamo dei bisogni, delle aspirazioni, dei diritti.

È una rivoluzione antropologica. Ad essere in questione è l’idea di uomo. Se passa l’idea che da un punto di vista antropologico l’uomo non rappresenta più qualcosa di assolutamente nuovo nella storia della creazione, noi rischiamo di consegnare ai nostri figli il deserto. Allora la domanda provocatoria è: usiamo, come laici, il pensiero per avanzare o per approfondire?

Penso che si debba dire con forza che forse è bene iniziare ad usare il pensiero per approfondire piuttosto che per continuare ad accumulare conoscenza e informazioni. Ne abbiamo già tante di informazioni, il problema è che non sappiamo più che cosa farcene. Allora avanzare o approfondire? Il suggerimento che vi do è: diamo un contributo alla scienza, diamo un contributo al pensiero, in termini di approfondimento più che di accumulazione di conoscenza. Assumiamo quindi una posizione critica da questo punto di vista.

Quattro provocazioni

Penso che il laico cristiano sia chiamato ad uscire fuori in quattro direzioni; provocati vuol dire che c’è qualcuno che ci stimola a prendere una posizione.

La prima direzione è recuperare un’idea di fortezza che si fonda e che fa da contr’altare a un’idea di potenza.

Abbiamo bisogno di comunità forti non potenti; abbiamo bisogno di città forti non potenti.

Quando pensate alla fortezza pensate a qualcosa che ha dei fossati, delle barriere, che ha dei bastioni. Quando pensiamo a qualcosa che è forte pensiamo a qualcosa che si difende.

Penso che il laico cristiano debba cominciare a dire che non c’è niente da cui dobbiamo difenderci se non dalla nostra stessa paura. Quindi, come diceva Von Balthassar “abbattere i bastioni perché non c’è nulla che dobbiamo difendere se non il tesoro che c’è in noi”.

Quindi, se tutti si stanno rinchiudendo, stanno alzando o costruendo fossati,illudendosi di essere così più potenti, noi dobbiamo dire che “è forte colui che non sente il bisogno di difendere niente”, perché l’unica cosa che possiamo fare oggi è prenderci cura di qualcuno, non difenderci da qualcosa.

Allora la provocazione è: come stiamo noi, da questo punto di vista, là fuori, nel rapporto tra fortezza e potenza, e che idea abbiamo di fortezza, che è una virtù cardinale?

La seconda provocazione è uscire dall’egocentrismo morale che ci sta attanagliando e recuperare un’idea più evoluta di giustizia.

Ve lo dico da educatore, da persona che vive con gli adolescenti, oggi loro stanno imitando gli adulti; si stanno disimpegnando moralmente e hanno un’idea  primitiva di giustizia  che è ferma a dare a tutti uguale. Dobbiamo rimettere al centro delle nostre discussioni il tema dell’equità. Questa è la provocazione e questo ci rende impopolari oggi.

La terza provocazione è quella che viene dalla virtù della prudenza.

Se non sono legato a niente, non ho bisogno di essere prudente; l’assenza di legame ci fa perdere il senso della prudenza e ci fa vivere semplicemente rischiando. Oggi, tante persone e i ragazzi in particolare, mettono a rischio la loro esistenza perché non hanno legami. Il laico cristiano deve lavorare perché le nostre siano città felici, fondate su legami sociali molto più stretti. Allora le persone torneranno ad essere più prudenti, non metteranno a rischio la loro esistenza perché avranno paura di perdere il legame con qualcosa che li supera.

La quarta provocazione è ridurre l’eccesso di stimoli e quindi lavorare per una società più temperante. Oggi, la sovra stimolazione è un problema cognitivo.

Dal mio punto di vista, che deve fornirvi stimoli per pensare, vi dico: mettete in agenda per il futuro il problema che le nuove generazioni hanno una struttura cognitiva diversa dalla nostra. Le nuove generazioni, continuamente eccitate, sovra stimolate, comprendono il mondo in modo differente. Spesso ha degli aspetti positivi, ma ha anche degli aspetti molto preoccupanti, soprattutto nella incapacità di sentire il dolore degli altri.

Allora io suggerisco, come provocazione, la decrescita. Decrescere dal punto di vista della potenza, decrescere dal punto di vista del nostro narcisismo, decrescere dal punto di vista di chiudersi in bunker antiatomici e non avere legami con nessuno, decrescere dal punto di vista degli stimoli cognitivi e sensoriali.

Che cosa fare? Non lo so, dobbiamo pensarci insieme. Però torna attuale il passaggio di Mounier quando dice:

<< Non si domina una società che sia in tristi condizioni con mezzi simili ai suoi stessi mezzi. Alla violenza sistematica non opporremo la violenza sistematica, né il danaro al danaro, né alle masse depersonalizzate altre masse ugualmente impersonali. Non è dunque con mezzi sontuosi, con capitali potenti, con partiti amorfi che reclutano in massa degli aderenti come tutti gli altri milioni di aderenti di tutti  i gruppi del mondo, che il personalismo raggrupperà le sue forze. Non è nemmeno con “la sola forza dell’idea” generale, distaccata dall’impegno che apportano degli uomini vivi. E’ mediante l’irradiazione personale e progressiva della propria testimonianza intorno, di volontà convinte e irresistibili. Al blocco delle adesioni noi sostituiremo la catena degli impegni, alla propaganda di massa e superficiale, l’innesto cellulare.

La tattica di ogni rivoluzione personalista consiste nel porre in tutti gli organi vitali, oggi sclerotizzati, della civiltà decadente, i germi e i fermenti di una civiltà nuova. Questi germi saranno comunità organiche, formate intorno ad una istituzione personalista embrionale, o ad un atto qualunque di ispirazione personalista, o semplicemente dallo studio e dalla diffusione delle posizioni personaliste

Il personalismo non è qualcosa che salva all’ultimo minuto, destinato a ridurre le paure e a salvare il salvabile. >>

( E. Mounier, Manifesto al servizio del personalismo comunitario )

 

Articolo degli studenti della SDFT

Pubblicato su “La Settimana” del 25/ aprile/2010