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Rassegna stampa / Articoli 2010 / Intervento Livio Ferrari - NEL PIANETA DELL'EMARGINAZIONE

Nei numeri precedenti vi abbiamo presentato l’intervento del prof. M. Visentin, tenutosi nel corso del convegno “ Quale laico oggi?” promosso dalla SDFT diocesana ( vedi n° 15 e successivi de La Settimana ), oggi vi proponiamo l’intervento del sig. Livio Ferrari, direttore del Centro Francescano di Ascolto di Rovigo, il quale ha esposto il tema: “Con che spirito, con che atteggiamento il laico cristiano affronta la marginalità sociale”.

Il sig. Ferrari si è definito teologo della strada, poiché da decenni lavora per gli emarginati. La sua è una riflessione che ci interpella e ci muove ad una profonda meditazione.

Quando ero giovane, l’Italia era lacerata dal terrorismo, contrasti cruenti che provocavano morti. Tanta violenza fece nascere in me una domanda forte: esiste una via per arrivare a comprenderci, a dialogare, per non essere dei soggetti sempre in conflitto?. La risposta l’ho trovata anni dopo: la via può iniziare solo da noi stessi, dall’ impegno personale a capire gli altri prima di voler essere capiti. È una decisione forte, che fa vivere con fatica certi argomenti, che porta a vivere tanti fallimenti, ma che deve essere conservata e perseverata, mettendo in conto le incomprensioni e la solitudine di un percorso come questo. S’ impara dalla strada. La strada è il luogo privilegiato per incontrare il dolore della gente. Cristo ha incontrato i dolori delle persone emarginate per la strada; S. Francesco ha incontrato il lebbroso per la strada.. La strada è anche il luogo dove tutti passano.

Vorrei lasciarvi cinque parole.

La prima è chiamata: colui che vive le conseguenze della chiamata del Cristo fino all’estremo vede il suo cuore universalizzarsi, diventa capace di condividere le pene e le miserie degli uomini. La conseguenza pratica e inevitabile di questa chiamata è l’incontro, che è diverso per ogni essere umano. Nella mia esperienza l’incontro è con persone che soffrono, carcerati, tossico dipendenti, ammalati di AIDS, i lebbrosi di oggi. In ognuna di queste persone ritrovi te stesso, cioè quello che avresti potuto essere se la vita non ti avesse dato il calore di una famiglia, le risorse di un ambiente sano, se non ti fossi sentito amato; in loro scopri la bellezza dell’incontro con Cristo ( ero povero, affamato, carcerato). Quando sei giovane pensi che siano solo parole, ma poi le incontri e ti cambia tutto, capisci la loro forza, perché veramente il Cristo è lì, perché Cristo non è una presenza comoda, ma è una presenza che abbraccia l’intera esistenza. Quest’incontro diventa anche il modo per promuovere una società più sensibile agli ultimi. Un compito questo senza grandi risultati, perché nella nostra società si è aperta una voragine tra chi sta bene e chi sta male. La difficoltà sta nel far capire il dolore che attraversa le persone e nel portarlo dentro le istituzioni, in modo che queste non passino solo attraverso delle leggi scritte, ma passino anche attraverso la logica della dignità cui ha diritto ogni persona, a prescindere dal colore, dal credo, dal sesso, dagli ideali.

L’incontro è scomodo, noi diventiamo scomodi per la società, ma la vita non diventa scomoda per noi.

Una parola di moda oggi è amore, la si usa per indicare tante cose, raramente si usa per dire perdono. Credo che perdonare sia arrivare al punto più estremo dell’amore. Perdonare non significa che aspiro a cambiare qualcuno, ma perdono perché miro a imparare da Cristo. È una maniera fantastica per avvicinarmi sempre di più a un Dio che è un Dio vivente,e non un Dio in mezzo alle nuvolette come ci immaginavamo da bambini.

Un’altra parola è fede, che vuol dire fidarsi. Ma noi, ci fidiamo? Siamo una società che si fida? Siamo dei cristiani pronti ad “abbracciare” perché ci fidiamo?

Si può esitare davanti ad una scelta perché si ha paura di sbagliare?

Si, si può esitare, si può rischiare di impantanarci nelle paludi delle nostre paure, dei nostri indugi, perché un “ si” è un atto di fede; un si è togliere le mani dai nostri occhi, è correre uno dei rischi più tremendi come cristiani: vivere la Pasqua di Cristo.

L’ultima parola è lotta. Un cristiano deve lasciarsi coinvolgere nella lotta, in una lotta a tutela degli ultimi della società. Un cristiano deve farsi sentire perché si faccia sentire la voce di chi non ha voce; la voce dei clandestini, la voce di tante umanità invisibili, la voce degli  schiavi di oggi. Un cristiano, in questa lotta, deve essere in prima linea.

Ieri è venuto da noi un clandestino che aveva dei problemi fisici e che non è andato in ospedale per paura di essere segnalato, quindi arrestato ed incarcerato per il reato di clandestinità.

Siamo una società così ricca e abbiamo persone che si nascondono, persone cui non vengono riconosciuti i loro diritti. Siamo in un momento in cui i privilegi di una piccola parte di umanità sono diventati enormi a scapito del resto del mondo. Siamo cristiani non possiamo non scuoterci, non possiamo non lottare. Dobbiamo anche tener conto di quanto è successo in passato per farne tesoro e non ricadere nelle stesse modalità. Ricordiamo, ad esempio, ciò che è successo nella seconda guerra mondiale, quando, in Italia e in Europa, molti cristiani pregavano, però non facevano nulla rispetto a ciò che stava accadendo attorno a loro, rispetto ai campi di sterminio. Oggi come ieri, nel nostro rifiuto di prenderci dei rischi, nel nostro silenzio, nelle nostre omissioni, coscienti, o forse anche non coscienti, a volte neanche ci rendiamo conto di sostenere regimi o partiti che fanno il contrario di quello che noi vorremmo. È una lotta alla quale non possiamo esimerci.

Auguro alla nostra comunità, in questo momento di Sinodo, di giungere a scelte forti, reali e concrete, che siano un segnale, una testimonianza per noi,  ma soprattutto per coloro che sono in difficoltà.

 

Articolo degli studenti della SDFT

Pubblicato su “La Settimana” del 16/ Maggio/2010